CAN YOU SEE ME?
- Doris Laku
- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 18 ore fa
Titolo: Can You See Me?
Durata: 4'49''
Colore: Bianco e Nero
Formato: 16:9
L’immagine si frantuma, il suono si dissolve, il tempo collassa su se stesso. Siamo esseri umani o ombre? L’occhio vede, ma cosa riconosce davvero?
Nel flusso continuo della vita restiamo intrappolati in una percezione frammentata della realtà. Un corpo si muove senza direzione, sospeso in un’illusione di tempo che non si arresta mai. La realtà si sgretola, la coscienza si perde tra loop e rumori. Ogni dettaglio si amplifica: suoni, movimenti, presenze che ci avvolgono senza mai definirsi. Siamo soggetti o solo impronte, riflessi sbiaditi in uno spazio che non ci riconosce?
In questo vortice di dissoluzione, Ophelia di Millais chiude la prima parte del cortometraggio. Ma non è la morte a interessarci. È l’idea stessa di dissoluzione. Ophelia non è solo una figura tragica, ma un simbolo di trasformazione: la smaterializzazione del corpo come metafora di ciò che muove ogni essere umano — il pensiero.
La città, la macchina, l’uomo. Il caos della quotidianità si stratifica: suoni che si ripetono, immagini sovrapposte, un’atmosfera alienante. Il contrasto è netto: la natura tenta di farsi spazio con i suoi cinguettii, l’acqua che scorre, ma l’invasione urbana risponde con il gracchiare dei corvi, il traffico incessante, la folla che cammina senza meta.
L’acqua, nel dipinto, avvolge Ophelia. Qui diventa altro: non più solo simbolo di morte, ma di passaggio, di trasformazione. È grembo e dissoluzione, è il primo suono che ci accoglie alla nascita e l’elemento che ci purifica. Ophelia non muore: cambia stato, si dissolve nel suo stesso essere. La realtà è liquida, fluida, mutevole. Ogni cosa è ciclica, ogni percezione è transitoria. Il corpo si frantuma, i confini tra il sé e il mondo si sfaldano. Siamo connessioni: con l’altro, con la natura, con l’urbano, con la vita e con la morte. Ma allora, esistiamo davvero? O siamo solo impressioni riflesse, distorte, sfocate, mai completamente afferrabili?
Ed è qui che il pensiero subentra, incessante. L’essere umano, dotato di razionalità, impara a controllare l’istinto — quell’istinto che invece guida ogni altro essere vivente senza esitazioni. Ma la razionalità è confusione, è limite, è un flusso che a tratti ci placa, a tratti ci sopraffà. Sopravviviamo, travolti da un incessante movimento che non ci concede tregua.
Can You See Me? è una riflessione sull’esistenza. Un’indagine neorealista che scivola nel surreale, inquietante, fino a placarsi in una riconoscenza personale. Non siamo al centro del mondo. Il mondo esiste a prescindere da noi. Ma la nostra presenza qui, per quanto effimera, ha un senso. Un peso. Ogni elemento, ogni frammento di realtà, è parte di un flusso che non si arresta mai. La dissoluzione dell’individualità, la perdita dei confini tra sé e altro, sono il cuore pulsante di un viaggio senza direzione, senza meta, solo movimento. Il visibile che tocca l’invisibile, il tangibile che sfiora ciò che all’essere umano sfugge: l’energia che emaniamo, che ci sfiora e ci attraversa, senza mai essere trattenuta.
Siamo qui, ma non siamo mai solo qui. Eppure, in questo caos, osservo. Immortalo. Mi nascondo dietro la macchina da presa, spio, mi muovo senza farmi vedere. Districo una realtà che, nel montaggio, si ricompone secondo il mio sguardo. Un flusso che si ricostruisce e si frantuma di nuovo, come in un ciclo continuo. La mia visione rielabora il mondo circostante, ne stravolge la percezione, scava dentro e fuori di me. Nel ripetersi ossessivo dei suoni, nell’intensità del movimento, nell’interazione tra natura, uomo e macchina, emerge un’unica domanda: Can You See Me? Riesci a vedere davvero ciò che sono? O sono solo il riflesso confuso di ciò che vuoi vedere?
Doris Laku
Visual Artist



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